Museo Revoltella
 




Lepri, beccacce, pernici erano ñ assieme a frutta e ad altri prodotti della terra e cibi diversi ñ il repertorio unico, e riproposto all’infinito, di un celebre nome della pittura triestina dell’Ottocento, Francesco Malacrea, nato nel 1812 e morto nel 1886. Personaggio singolare, vestiva alla fiamminga con un cappellaccio ornato di piuma di struzzo e vendeva i suoi quadri sotto il pronao della Borsa assieme ad altri pittori di genere, Rose, Grubacs, ecc. Così lo ricorda G. Caprin: “Arguto e sino velenoso, visse isolato; copiava le lepri, le pernici, l’uva, i poponi, che poi dallo studio passavano alla sua tavola. E diceva: “Il vero deve servire al pittore, le copie agli amatori.” Un giorno, mentre stava abbozzando delle frutta per un nostro baronetto, avendogli questi fatta osservazione circa il colore di un grappolo di ribes, si volse e con l’abituale freddezza rispose: “Sappia e lo tenga a mente, che per fare i fiori viene prima Dio e poi Malacrea, per le frutta prima Malacrea e poi Dio”. Aveva un mercato molto vasto perché la sua pittura era così realistica da attrarre ogni genere di amatori, non solo i classici collezionisti. Quasi tutte le sale da pranzo della borghesia triestina (e anche le case padronali della campagna friulana) erano adornate dalle sue nature morte, caratterizzate soprattutto da una ricerca di effetti luminosi, di volta in volta ottenuti attraverso la trasparenza dell’uva o i bagliori delle squame dei pesci o le piume della cacciagione.
Suo allievo ed erede fu Enrico Hohenberger (1834-1897) che proponeva nature morte molto simili a quelle di Malacrea e talvolta anche più complesse, dove vediamo accostati in modo forse più spettacolare, ma non per questo più interessante, fichi e cocomeri, astici e uva, pomodori e zucchine, grandi mazzi di fiori, oggetti, ecc.






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