Museo Revoltella


Trieste [12 agosto 2015]
Franca Malabotta dona al museo le opere degli artisti giuliani


Le opere degli artisti giuliani della collezione Malabotta arriveranno al Museo Revoltella. Qualche giorno fa l'annuncio da parte della proprietaria Franca Fenga Malabotta, alla presenza del Sindaco Roberto Cosolini, dell'assessore alla cultura Paolo Tassinari, della Presidente della Provincia Maria Teresa Bassa Poropat e della direttrice del Museo Revoltella e dei Musei civici di storia ed arte Maria Masau Dan. (nella foto una delle opere, "Solitudine" di Arturo Nathan, 1930)
Annuncio che la signora Malabotta ha voluto esprimere nel giorno del 40° anniversario della scomparsa del marito, il 1° agosto, intendendo così ricordarne e commemorarne la figura e l'opera e nel contempo volendo significare “come la scelta più giusta da fare fosse proprio quella di assicurare che, in particolare questa parte delle collezioni espressamente dedicata agli artisti triestini e giuliani, trovasse proprio al Revoltella la sua destinazione ultima, quale luogo migliore e più adatto affinchè i triestini di oggi e di domani possano ammirare i loro artisti tutti riuniti e affiancati in un unico ambito”.
Per questa significativa occasione si è svolto dunque nel tradizionale Salotto Azzurro, riservato come noto ai momenti e alle visite più importanti per la vita del Comune, un incontro che ha visto la signora Malabotta venir calorosamente accolta dal Sindaco Roberto Cosolini, dall’Assessore comunale alla Cultura Paolo Tassinari e dalla Direttrice dei Civici Musei di Storia e Arte e del Museo “Revoltella” Maria Masau Dan, alla presenza anche della Presidente della Provincia Maria Teresa Bassa Poropat, di diversi componenti del “Curatorio” del Museo Revoltella e di un numeroso gruppo di amici, parenti ed estimatori della famiglia, tra i quali il dottor Paolo Santangelo.

Ha aperto l'incontro l’Assessore Paolo Tassinari rivolgendo un sentito omaggio alla signora Malabotta che ha definito “custode non avara – per i numerosi prestiti concessi in questi anni, n.d.r. – pur essendo, da tanto tempo, affezionata 'compagna di vita' di queste preziose opere”, ringraziandola quindi profondamente per il suo gesto che costituisce – ha detto Tassinari - “un forte riconoscimento e un grande atto di fiducia verso il Comune e verso il nostro “Revoltella””, manifestando infine anche la propria “personale emozione, in quanto proprio ad alcune di queste opere mi sento particolarmente legato”.
Concetti questi ripresi anche dalla Direttrice Maria Masau Dan che ha sottolineato “la generosità e la sensibilità di Franca Malabotta, poiché con un dono come questo, e non tutti ne sono capaci, in realtà ci si rivolge al futuro, si sceglie di proiettare le opere nella storia affinché continuino a vivere e a esprimere tutta la loro forza, i loro messaggi. E poiché si tratta di pezzi straordinari – ha aggiunto la Masau -, che andranno tra l'altro a integrare e a rafforzare in misura significativa la raccolta “giuliana” già presente in Museo, ritengo che la loro presenza dovrà venir fortemente valorizzata, ben al di là di semplici indicazioni, meglio se creando una vera e propria “sezione storica” dedicata a Malabotta e riferita a quel periodo, con un adeguato apparato analitico ed esplicativo”.

Nella foto di gruppo: Edi Kraus, assessore al turismo, Roberto Cosolini, sindaco, Franca Malabotta, Maria Masau Dan, direttrice del Museo Revoltella, Maria Teresa Bassa Poropat, presidente della Provincia, Paolo Tassinari, assessore alla cultura.

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E di quanto effettivamente siano interessanti sia gli autori di quell'epoca che lo stesso collezionista che ne ha raccolto le opere, tutti fondamentali per capire un intero “humus” storico-culturale peculiare della Trieste del secolo scorso, ha quindi parlato lo studioso e cultore della materia Maurizio Lorber, del Museo Revoltella.

Lorber, rendendo omaggio a Manlio Malabotta nel giorno anniversario della morte, ne ha tratteggiato profondamente la figura “non solo di collezionista, pur appassionato, ma di vero e proprio amante delle arti e artista lui stesso essendo scrittore, poeta e fotografo, oltre che critico “militante”, “osservatore” e studioso ma anche promotore dell'arte moderna e in particolare del suo sviluppo in queste nostre terre.”

“La sua raccolta - ha spiegato Lorber - rappresenta perciò non solo un insieme illustre di dipinti e disegni ma un contributo imprescindibile per delineare la storia dei movimenti artistici, delle idealità e dei sodalizi sorti in ambito locale e strettamente correlati alle più importanti esperienze italiane e straniere: dal Futurismo alla Pittura metafisica, dal Magischer Realismus al Novecento di Margherita Sarfatti.

Manlio Malabotta, quando nel 1943 abbandonò Montona, aveva già prodotto una serie di articoli critici, redatti a partire dalla fine degli anni Venti, a sostegno della tradizione pittorica triestina nei quali venivano supportate personalità quali Giorgio Carmelich, Adolfo Levier, Mario Lannes, Arturo Nathan e Vittorio Bolaffio. Tutti artisti per i quali Malabotta curò approfondimenti critici e, in alcuni casi, esposizioni. Da cultore della modernità, selezionò acutamente le opere che entrarono a far parte della sua raccolta. Notissimo il dipinto di Arturo Nathan “Solitudine”, un capolavoro del “Realismo Magico”, acquistato da Malabotta già nei primi anni Trenta che conferma della sua rara preveggenza critica e ricopre, all’interno della produzione dell’artista, uno dei suoi vertici qualitativi. Significativamente rientra nel corpus delle opere donate anche un piccolo olio su tavola di Arturo Fittke, al quale Malabotta per primo, nel 1929, assegnò un ruolo rilevante nella storia dell’arte giuliana. La collezione di artisti amati dall’illustre collezionista – e che fanno parte delle opere in donazione - rappresentano un mondo culturale sempre vivo a Trieste: da Vittorio Bolaffio, cui si legano illustri memorie letterarie (Giani Stuparich, Umberto Saba e Stelio Mattioni) a Giorgio Carmelich dall’inesauribile vitalità creativa volta a introdurre il Futurismo in area giuliana. Vi sono infine due ritratti, l’uno di Adolfo Levier (nella foto) e l’altro di Mario Lannes, che ci restituiscono l’immagine volitiva di Manlio Malabotta quale instancabile scrutatore del ‘900.”

Si tratta insomma – ha concluso Maurizio Lorber – di un pezzo importante di storia di Trieste, della città che, allora, non solo diventa italiana ma nel contempo vuole anche entrare in una nuova storia, nel 'gioco' della modernità; e della vicenda di quegli artisti che questo desiderio vollero interpretare. Ma questo fu pure il sogno dello stesso Malabotta, non a caso amico del pungente Bobi Bazlen, che ebbe a dire già all'epoca ai triestini: “O diventate moderni e vi rinnovate, o morite!” Un'indicazione – osserva Lorber – che probabilmente vale anche per oggi!”

La signora Franca Malabotta, nel ringraziare il Comune e tutti i presenti, e rivolgendo ancora un proprio commosso pensiero al marito, ne ha desiderato evidenziare ancor meglio il carattere, in particolare per quanto riguarda il rapporto tra collezionismo e propensione al prestito e al dono: “Devo dire che in Manlio vi era una vera e propria gioia nel prestare. Questo non è di tutti. Anzi, alcuni, specie fra i collezionisti, non prestano neanche a morire! Manlio invece era felice di poter offrire un'opera all'altrui ammirazione. Anche perchè ognuno di questi prestiti, inevitabilmente,portava il nome di Trieste nel mondo.”

“In questo stesso spirito, che era il suo spirito, tra poco proprio la famosa “Solitudine” di Nathan sarà prestata a una grande mostra internazionale che si svolgerà al Palazzo Altemps di Roma. E in questo spirito, ho deciso di regalare ai triestini questa collezione di artisti di queste terre!”

Si unisce, con grande affetto verso la signora Malabotta, la Presidente della Provincia Maria Teresa Bassa Poropat che ribadisce come “la vera donazione stia proprio nel voler mettere dei beni o delle opere a disposizione di tutti coloro che finora non avevano avuto l'opportunità di ammirarle”, ricordando quindi, con soddisfazione, come sia stata proprio la Provincia l'ultima a organizzare, lo scorso anno, un bell'omaggio al collezionista con la riuscita mostra “Manlio Malabotta e le Arti. De Pisis, Martini, Morandi e i grandi maestri triestini” tenutasi al Magazzino delle Idee.

Chiude il Sindaco Cosolini esprimendo alla signora Franca “la gratitudine personale e dell'intera Amministrazione per una decisione che rappresenta un atto di affetto verso l'intera nostra Città. Siamo onorati e grati nel ricevere questo prezioso e bellissimo dono che andrà ad arricchire in misura cosi significativa la collezione di arte contemporanea del nostro Museo Revoltella, il quale avrà la responsabilità di valorizzare queste opere che non solo sono splendide ma sono ancora portatrici di messaggi di grande attualità.”

“Due sono i sentimenti e i valori per cui – ha concluso il Sindaco – Le siamo oggi particolarmente grati: primo, la sua testimonianza di un vero amore per l'arte, cioè di quel più grande amore che fa sì che altre persone possano gioire di opere così belle! E tra queste ci saranno non solo i triestini, ma anche i sempre più numerosi turisti che da tutto il mondo vengono a Trieste e visitano i nostri Musei! Inoltre, il grande messaggio di etica civica che Lei oggi invia a tutti, dimostrando e segnalando come ognuno possa fare qualcosa, dare un proprio contributo per il bene collettivo della Comunità!”

Al termine, dopo un omaggio floreale e le foto di rito, un “pensiero” finale proprio da parte dell'ospite, rivolto a Trieste tutta: “Mi auguro che questo dono possa diventare anche un positivo segnale di risveglio per tutti, in tutti gli ambiti di questa Città!”

Maurizio Lorber
Gli artisti giuliani dalla “Collezione Malabotta” donati alla Città di Trieste

Manlio Malabotta, in un articolo del 1932, sosteneva che “di una scuola triestina non si può, né si potrà mai parlare”, al pari di Bobi Bazlen secondo il quale: “come non esiste un tipo triestino, non esiste nemmeno una cultura creativa triestina; creare un’opera omogenea con premesse simili sarebbe impossibile”. I presupposti, da par suo, Malabotta li aveva ben chiari: “Città marittima formatasi alla svelta, Trieste, con elementi eterogenei, del nord e del sud, dell’oriente e dell’occidente. Conglomerato di nazionalità, che seppur all’esterno poco rilevanti, mantengono nell’intimo, anche incoscientemente, intatte le caratteristiche originarie”. Significativo come i due amici, forse confrontandosi l’un l’altro, forse seguendo individualmente i loro ragionamenti, giungessero a conclusioni analoghe. Trieste, per la sua eterogeneità e per le sue contraddizioni insanabili, ricorrenti tanto nella sua storia quanto nell’arte, è stata postmoderna prima ancora che la categoria concettuale fosse inventata. Anche gli studiosi più accreditati la configurano quale labirinto senza centro. Se le avanguardie del Novecento si caratterizzano per la totale frantumazione dell’idea unitaria di stile, tuttavia è a Trieste che l’entropia stilistica appare più evidente, poiché si innesta su di una realtà con radici storiche, sociali e culturali distanti ed atipiche nel panorama nazionale italiano. Malabotta reputava che i personaggi più significativi di questa stagione artistica fossero Bolaffio, Carmelich, Cernigoj, Fini, Levier, Nathan, così stilisticamente lontani fra loro da essere accomunati dalla reciproca dissonanza. Il corpus di opere degli artisti giuliani della “Collezione Malabotta” che ora viene donato alla città di Trieste da Franca Fenga Malabotta testimonia di questa precisa realtà culturale, attribuendo ulteriore rilevanza a delle opere già importanti ma che, nella loro composizione, accrescono il proprio valore storico.
Tre infatti sono le linee guida che ci permettono di apprezzare il lascito: in primis la stretta correlazione esistente fra le opere e il lavoro di critico militante svolto da Malabotta negli anni tra il 1929 e il 1935. Nei suoi articoli, come ormai ben noto, dopo le due mostre triestine (Viaggio nel '900: le collezioni di Manlio Malabotta, Museo Revoltella, 1996 e Manlio Malabotta e le arti: de Pisis, Martini, Morandi e i grandi maestri triestini, Magazzino delle Idee, 2013) e il regesto degli scritti (a cura di Lorenzo Nuovo del 2006), emerge con evidenza il raro acume critico sostenuto da quei tratti caratteriali così affini tra coloro i quali vivono nel multiforme emporio di anime e merci che è Trieste: mordacità, vivacità intellettuale, passionalità

A testimoniare della sua qualità critica, fra i dipinti donati appare la Donna buranese con scialle sul capo di Arturo Fittke al quale, già nel 1929, Malabotta assegnò, con largo anticipo sugli studi successivi, un ruolo rilevante nella storia dell’arte triestina. La lungimiranza critica e il ruolo di rilievo che ebbe in quegli anni nello stimolare l’ambiente artistico e culturale - dettato dal suo voler essere uomo del proprio tempo - costituiscono il filo rosso che lega i suoi scritti l’uno all’altro. Ne consegue che non potesse mancare anche qualche sferzata intemperante alle scelte poco coraggiose del Curatorio del Museo Revoltella. Non solo, a suo dire, la modernità a Trieste fu opera di pochi, e si ravvisò soltanto nel ’22 quando “alcuni giovani cominciano a fare «stranezze» e scuotono l’ambiente”, salvo poi aggiungere caustico: “Ci si scopre finalmente in ritardo, di quasi vent’anni. Allora tutti corrono a mettersi in orario”. Che Malabotta manifestasse una sua predilizione per il rinnovamento è noto ma nella frase emerge anche quella peculiarità triestina rappresentata dall’autocritica impietosa, spesso venata di cinico sarcasmo, di cui, non a caso, è stato maestro Bobi Bazlen.

In seconda istanza i dipinti e i disegni rappresentano, nel loro insieme, un contributo imprescindibile per delineare la storia dei movimenti, delle idealità e dei sodalizi che, sorti in ambito locale, possono essere correlati alle più importanti esperienze italiane e straniere: dal Futurismo alla Pittura metafisica, dal Magischer Realismus al Novecento di Margherita Sarfatti. Le opere degli artisti giuliani, presenti nella Collezione Malabotta, di Giorgio Carmelich, Adolfo Levier, Mario Lannes, Arturo Nathan, Vittorio Bolaffio e del già citato Arturo Fitke, testimoniano, ognuna a suo modo, di uno slancio particolare verso la contemporaneità. Infatti nelle loro immagini si riverbera quel mondo culturale che “trattiene” Trieste in quanto provincia dell’Impero ma che esprime al contempo l’inesausto desiderio di appartenere alla modernità. Così l’inquietudine di Vittorio Bolaffio rimanda alle memorie letterarie di Gianni Stuparich e Umberto Saba. Giorgio Carmelich, connotato dall’inesauribile vitalità creativa - “vide la vita attuale con occhi nuovi” - tese ad introdurre, come un fuoco d’artificio, il Futurismo in area giuliana. Arturo Nathan riprese le esperienze della Neue Sachlichkeit e del Realismo Magico teorizzato da Franz Roh. La circostanza non trascurabile è che per tutti questi artisti Malabotta curò approfondimenti critici - ricordiamo la monografia dedicata a Carmelich nel 1930 - e, in alcuni casi, esposizioni.

In terza istanza vale sottolineare come le opere palesino una qualità - parametro caro a Bernard Berenson - tale da annoverarle fra le migliori realizzazioni dei singoli autori. Sarebbero sufficienti la Solitudine di Arturo Nathan e l’amatissima Cinesina del goriziano Vittorio Bolaffio (foto)  per avvedersene. È Malabotta che, per primo, comprende ed evidenzia le peculiarità stilistiche di quest’ultimo artista. Attraverso la sua sintetica analisi, in filigrana, scorgiamo “la bellezza della nostra città, la vita interessantissima del porto”. Il mondo figurativo di Bolaffio viene così definito: “La sua pittura è lenta, meditata, profonda e, soprattutto, solitaria; questo il suo valore e la sua grandezza: di aver visto e interpretato le cose come altri mai, di aver trasfigurato pittoricamente il vero in una visione personalissima. Si abbiano presenti i dipinti in cui analizzò il nostro porto scoprendovi un’anima astratta e meravigliosa”. Grazie al prezioso occhio critico di Malabotta possiamo rivedere e apprezzare lo stupendo Trittico del porto, del Museo Revoltella, come degna controparte visiva delle pagine de L’onda dell’incrociatore di Pier Antonio Quarantotti Gambini. E se il Trittico trasfigura nel sogno la scena di genere realistica, ora, grazie alla donazione Malabotta, potremo accostarlo visivamente ad uno dei più ammalianti ritratti dell’artista goriziano: La cinesina (1913): “in mezzo all’esasperante miseria dell’arte triestina, dipingeva [...] una donna cinese dal volto penetrante, dalla coloritura corposa su uno sfondo piatto, chiaro, stranamente ornato [...] solamente mi chiedo quale dei nostri «maestri», degli «illustri», avrebbe raffigurato in quell’epoca una cinese senza trar profitto della cultura orientale che era allora di moda? Invece il Bolaffio la interpretò indipendentemente, ricercando e godendo la sua umanità essenziale, con una sensibilità vigile, religiosa, preoccupata solo della realizzazione”. È una dichiarazione d’ostilità al gusto retrivo per le atmosfere orientali ottocentesche che ancora trovavano spazio e apprezzamento in Italia sebbene Paul Gauguin, ben prima del 1913, avesse contribuito in maniera determinante a fare a pezzi quell’orientalismo vagheggiato dall’Europa, più affine a un sogno esotico, spesso erotico, che a un autentico accostarsi all’umanità con valori pittorici nuovi, lontani da quelli Ottocenteschi (“secolo che in vari casi fu buono ma di certo non è più moderno”). Se negli studi fu Edward Said il primo a smascherare la mistificazione dell’Oriente da parte dell’Europa, Malabotta, con un motto di consapevolezza critica, scopre l’infingimento attraverso l’occhio moderno di Bolaffio, assegnando alla pittura autenticamente moderna il merito di svelare la falsità dei nostri pregiudizi.

Accogliendo il notissimo dipinto di Arturo Nathan Solitudine ed accostandolo a quelli, magnifici, già presenti nella collezione museale, emergerà come si tratti di un autentico capolavoro del Realismo Magico, acquistato da Malabotta già nei primi anni Trenta a conferma della sua rara preveggenza critica. Ed è ancora una volta egli stesso a comprendere la peculiare “metafisica” di Nathan, allora fraintesa e accostata sommariamente al suo più noto rappresentante: “Il senso vigoroso, dispostico che determina il de Chirico invano lo si cercherebbe nelle calme, solitarie figurazioni del triestino”.

Se l’osservazione diretta dei volti ci dà l’illusione di comprendere il carattere di chi ci fronteggia, i ritratti che, senza dubbio, manifestano il voler apparire dell’effigiato costituiscono delle maschere che rivelano più di quanto nascondono. Ci rendiamo conto di ciò osservando i due ritratti che sono parte della donazione: quello di Mario Lannes che rappresenta un Malabotta soave e accostevole e quello di Adolfo Levier, dal colorismo di matrice Fauves, che traduce visivamente la sua volontà di essere moderno. Con lo sguardo severo, incorniciato da un paio di occhiali alla Le Corbusier, sembra lanciare efficaciemente quel monito che costituisce la lezione rivolta da Manlio Malabotta agli artisti suoi contemporanei ma che oggi, forse ancor più di allora, i triestini tutti dovrebbero tenere ben presente: “Gli artisti che se ne stanno impantanati da queste comode formule, cerchino, se possono, di liberarsene, di svegliarsi, di progredire. Altrimenti, pace all’arte loro”.







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