Vittorio Bolaffio - Ritratto di Umberto Saba
Leonor Fini - Ritratto di Svevo
Arturo Nathan - Il passaggio del veliero (solitudine)
Arturo Nathan - L'attesa (autoritratto al tramonto)
Arturo Nathan - Rupi vulcaniche
Cesare Sofianopulo - Maschere
Vito Timmel - Fochi

TRIESTE NELLA PSICOANALISI
VOLTI

Voci ma, accanto alle voci, anche i volti di una stagione culturale irripetibile per Trieste: quella de "gli anni della psicanalisi", di cui lo scrittore Giorgio Voghera è stato l'ultimo, nostalgico testimone ed efficace evocatore.
Trieste è stata la città che vide soggiornare Freud, giovane studente di medicina per la sua prima ricerca , la città che diede i natali a Edoardo Weiss, allievo diretto di Freud e fondatore del movimento psicoanalitico italiano, la città in cui, con grande anticipo rispetto al resto d'Italia, si praticarono trattamenti freudiani e che assistette tra il 1920 e il 1930 ad un infervorarsi quasi maniacale per tutto quello che sapeva di psicoanalisi, la città infine in cui l'intreccio tra psicoanalisi e letteratura e psicoanalisi e arte è testimoniata dall'opera di scrittori e artisti di riconosciuta grandezza.
Al problema dell'arte Freud aveva prestato sin dall'inizio molta attenzione, avendo maturato la convinzione che per la psicoanalisi "artisti e poeti sono alleati preziosi", da prendere in attenta considerazione nella loro testimonianza, per il fatto che "nelle conoscenze dello spirito essi sorpassano di gran lunga noi comuni mortali, poiché attingono a fonti che non sono ancora state aperte alla scienza".
L'interesse della psicoanalisi per le opere degli artisti e dei poeti non poteva rimanere a senso unico, ed in effetti molte avanguardie culturali, più o meno in tutta Europa, reagirono abbastanza presto dinanzi alle teorie di Freud, trasponendo, come nel caso del surrealismo, con una sorta di presa in diretta, l'inconscio nell'arte, oppure, passando agli scrittori, lasciandosi più o meno influenzare, come, tra i primi, Italo Svevo in "La coscienza di Zeno" , dalle concezioni psicoanalitiche, sviluppando però sottili ma non per questo meno incisive resistenze.
Tra i poeti un caso a sé fu Umberto Saba. Esponente di spicco di quella intellettualità ebraica triestina che fu coinvolta dal "ciclone psicoanalitico", Saba, incalzato sin da giovane dalla nevrosi, decise, in seguito a una crisi depressiva più forte delle altre, di entrare in analisi alla fine degli anni venti con Edoardo Weiss. L'esperienza dell' analisi costituì, a detta di Saba, una svolta, oltre o più che nella sua vita, nella sua poesia, che egli celebrò con la raccolta "Il piccolo Berto", dedicandola a Weiss, per il cui tramite egli aveva ritrovato in analisi il proprio Io infantile.
Ma se Saba, tra i poeti, fu senz'altro uno dei primi in Italia a sperimentare l'analisi, altrettanto avvenne per un altro artista triestino, la cui vicenda in rapporto a tale esperienza è molto meno nota ma per questo non meno significativa. Si tratta del pittore Arturo Nathan . Iniziò l'analisi con Weiss alla fine del 1921, prima dunque di Saba, e la concluse intorno al 1925. Per Nathan fu un'esperienza, più risolutiva che per Saba, un' esperienza che anch' egli registrò attraverso la sua arte. E quale migliore sismografo degli stati della propria interiorità per un pittore che ricorrere all'autoritratto? Tra il 1923 e il 1926 Nathan si cimentò in una serie di autoritatti di grande suggestione, che testimoniano un percorso progressivamente chiarificatore e liberatorio.
Dall'accostamento di queste due esperienze è nata l'idea di questa mostra. Se molte voci di poeti e scrittori triestini hanno infatti risuonato nel descrivere, come protagonisti o interpreti indiretti, la stagione de "gli anni della psicanalisi", i volti, il versante cioè della contemporanea arte figurativa triestina, è stato molto meno considerato da questa particolare visuale. Si tratta di una proposta di lettura che non intende naturalmente escludere altre possibili.
La figura di Nathan e l'uso che ha fatto dell'autoritratto, collegato alla sua analisi, costuisce il filo conduttore della mostra, che è composta essenzialmente di ritratti e di autoritratti.
Tre sono le sezioni. La prima dedicata agli scrittori e artisti triestini protagonisti o testimoni della stagione della psicoanalisi, raffigurati dai pittori triestini loro contemporanei: Italo Svevo, Umberto Saba, Virgiglio Giotti, Gianni Stuparich, Vittorio Bolaffio, Ruggero Rovan, Marion Wulz. La seconda si sofferma su una serie di autoritratti ,da cui si evince come gli artisti triestini nei primi trent'anni del secolo sono stati parecchio dediti a questo genere, quasi a registrare problemi sottili di identità a livello generazionale, in un periodo storico di transizione e di grossi cambiamenti. La terza sezione infine accosta Arturo Nathan, la coscienza più sensibile e sofferta di ciò che si andava drammaticamente preparando in quegli anni, a due pittori i cui autoritratti rispecchiano aspetti che, nell'autenticità della pittura di Nathan, hanno trovato una integrazione e sublimazione: l'incombere della follia e l'Io diviso di Vito Timmel, il falso sé e la moltiplicazione ludica ed esteriore dell'identità, secondo il modello pirandelliano dell'"uno, nessuno, centomila", di Cesare Sofianopulo.

Anna Maria Accerboni Pavanello